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Matteo Renzi, Pippo Civati, Fabrizio Barca… il Pd ha un’anima di troppo

L’altra faccia della crisi che stiamo vivendo è quella politica. Che in questo momento si chiama Pd.
Il non-partito, infatti, ha perso la spinta propulsiva (felice espressione di Enrico Berlinguer a proposito della Rivoluzione d’Ottobre) dell’antiberlusconismo. Le due anime principali, la comunista e la democristiana, stanno insieme a fatica. I sinistrorsi sognano un grande partito con rifondazionisti, vendoliani e cinquestelle in fuga, mentre i centristi vorrebbero farne uno riaggregando la diaspora diccì e raccogliendo i pezzi del partito di Berlusconi.

La frantumazione del Movimento guidato dal capocomico (definizione nient’affatto offensiva come ho spiegato altrove) genovese è annunciata quotidianamente da giornali vicini all’anima comunista del Pd, ma finora tutto si è limitato alla fuoriuscita di quattro o cinque parlamentari.

Nella imminente implosione pentastellata aveva fortemente creduto l’ex segretario Pd nonché aspirante presidente del Consiglio Pier Luigi Bersani, tant’è che aveva bloccato qualunque intesa con il Pdl. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano s’era pure inventato i tempi supplementari perché Bersani gli assicurava che era addirittura una questione di ore, dopodiché decine e decine di senatori eletti grazie a Grillo avrebbero garantito il loro appoggio al governo di Bersani e di Nichi Vendola.

Il Movimento 5 stelle non si è sgretolato, Bersani ha dovuto fare marcia indietro e il democristiano Enrico Letta ha potuto fare ciò che i numeri imponevano fin dalla sera dei risultati elettorali: un governo Pd-Pdl.
L’intenzione dei due partiti (del terzo, quello di Mario Monti, non vale la pena parlare; ha subito un precoce invecchiamento ed è prossimo alla morte) era di rafforzarsi approfittando della tregua garantita dal governo.
Il voto amministrativo, con milioni di italiani che hanno espresso il loro dissenso non andando a votare, ha fortemente suggerito ai partiti di starsene buoni a curarsi le ferite.
Durerà? Vediamo i fattori in gioco.

La crisi economica è in fase terminale. Negli Usa la ripresa è già cominciata e fra poco l’Europa vi si aggancerà portandosi appresso anche l’Italia. A ottobre-novembre, dovremmo vedere i primi segnali positivi e poi da gennaio 2014 ricominceranno le vacche grasse.
Converrà al Pd avere al governo anche il Pdl? Proprio no, perché dovrebbe dividere con l’odiato nemico il merito di aver curato l’Italia. Specularmente non converrà nemmeno al Pdl. Con l’arrivo della bella stagione (economico-finanziaria) sarà giocoforza riprendere gli antichi rancori.

Il Pd, però, ha dei problemi in più.
E’ noto che il sindaco di Firenze Matteo Renzi aspiri a diventare il capo sia del Pd che del governo. E’ altresì noto che Renzi non piaccia per niente ai rossi e troppo poco ai rosè. All’interno del Pd, i comunisti sono meglio organizzati e hanno un ottimo controllo del territorio. S’è visto anche a Roma quando hanno fatto sindaco uno che non sa nemmeno dove si trovi Corviale. Ma la parola d’ordine era di votare Marino e tutti l’hanno votato (peggio, comunque, di Rutelli, di Veltroni, di Alemanno è assai difficile che possa riuscire a fare) a testimonianza che non è stato mai tagliato il filo rosso che dal Pci ha portato al Pds e poi ai Ds e oggi al Pd.

Renzi non ce la può fare a vincere le primarie di partito perché non ha dalla sua parte nemmeno tutti gli ex democristiani a cominciare dalla spinosa Rosy Bindi.
Renzi, però, al momento sembra il vero erede di Romano Prodi, dell’uomo cioè che per ben due volte ha sconfitto Silvio Berlusconi. Va anche detto che ci riuscì mettendo insieme un’Armata Brancaleone che però non fu all’altezza delle aspettative.

La soluzione potrebbe essere in un cambiamento di strategia. Il segretario del Pd non sarà più automaticamente il candidato alla prima poltrona di Palazzo Chigi. Renzi, dunque, potrà essere il candidato della coalizione di sinistra senza essere il segretario del partito.

L’altra soluzione è di eliminare il sindaco di Firenze. Come? Facendo scendere in campo (ieri s’è candidato anche Pippo Civati, ragazzo intelligente come Renzi ma meno vanitoso e per niente sbruffone) un po’ di giovani con antenati di tutto rispetto (per esempio Fabrizio, il figlio di Luciano Barca partigiano comunista morto a novembre scorso) e convincendo anche l’anima diccì a votarne uno.

Il sindaco di Firenze potrebbe reagire male, però, e farsi un proprio partito. La nomenklatura (Massimo D’Alema, Walter Veltroni etc.) dovrà andare con i piedi di piombo per non trovarsi con metà partito tra le mani.
Se riuscisse la saldatura dei rossi del Pd con i rossi pentastellati, lo scenario sarebbe del tutto diverso. Il Pd si spaccherebbe immediatamente liberandosi della zavorra democristiana e renziana.

Il dato certo è che l’uscita dalla crisi economico-finanziaria spingerà Pd e Pdl a chiudere il condominio governativo con la speranza, ciascuno, di diventarne inquilino unico.
Per quanto riguarda le grandi manovre dentro il Pd, le variabili sono parecchie a cominciare dalla stoffa di Matteo Renzi. Se è di lana mortaccina (Alberto Sordi docet) si vedrà entro l’anno.
Giuseppe Spezzaferro

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