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Tre strade per Bersani for president

Le ipotesi sono tre e tutt’e tre portano il segretario del Pd a Palazzo Chigi:
1 – accordo Bersani-Berlusconi su un nome per il Quirinale e per un governo di transizione;
2 – accordo Bersani-Grillo su un nome per il Quirinale e per un bicolore Pd-Sel con un passi cinquestelle;
3 – Bersani forma un governo senza fare accordi né con Grillo, né con Berlusconi.
Vediamo i tre scenari più da vicino.

PRIMA IPOTESI
Pier Luigi Bersani accetta l’appoggio di Silvio Berlusconi, forma il governo e fa eleggere alla presidenza della Repubblica un uomo gradito anche al Cavaliere.
Per Beppe Grillo sarebbe una vittoria piena. Potrebbe vantarsi sparando una raffica di “ve l’avevo detto io” con contorno di “ecco, l’inciucio è servito”. Dopodiché si metterebbe in moto per arrivare a nuove elezioni il più presto possibile e raccogliere una valanga di voti semplicemente strillando nelle piazze il seguente mantra: “Mandiamoli tutti a casa, è l’unico modo per fare pulizia sul serio. L’avete visto, loro trovano sempre la via per mettersi d’accordo e fottervi”.
Un solo fatto potrebbe tagliargli le ali: se Pd e Pdl, prendendo coscienza del rischio estinzione che corrono, sfruttassero il tempo a disposizione facendo vere riforme, mettendo in campo le risorse per far ripartire l’occupazione, cambiando la legge elettorale in maniera da ristabilire il bipolarismo centrodestra-centrosinistra. Un lavoro del genere non taglierebbe soltanto a Grillo l’erba sotto i piedi ma confinerebbe qualsivoglia terzo polo nascente in un angolo del giardino parlamentare a mo’ di cespugli ornamentali.

Se Pd e Pdl riusciranno a riprendersi i voti perduti, anche i cinquestelle saranno rispettabili minoranze (come i socialisti del Psi, i liberali del Pli, i comunisti di Rifondazione etc.) alla perenne ricerca di uno spiraglio per infilarsi a tavola tra i grandi.
La buona riuscita di un governo del genere potrebbe, forse, risistemare gli equilibri interni, e ciò soprattutto nel Pd. Bersani è un leader di risulta. Per di più la sua leadership è minacciata dall’attuale sindaco di Firenze Matteo Renzi (che però piace agli ex democristiani del Pd e non agli ex comunisti) e dall’uscente ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca (figlio di Luciano partigiano comunista doc).

Se fossi del Pd guarderei con attenzione a Pippo Civati, ex compagno di cordata di Renzi e oggi leader di “Prossima Italia”, perché ha analoghe capacità demagogiche renziane ma le sa mascherare meglio (non per niente è stato a scuola da Romano Prodi) e in televisione gigioneggia in modica quantità.
Il Pd potrebbe anche interrompere il processo di costruzione del partito. Ciascuno riprenderebbe la propria identità, le darebbe una vigorosa spolverata e un aspetto giovanile, tornando in campo come i veri eredi della Democrazia cristiana, gli uni, e del Partito comunista italiano, gli altri.

SECONDA IPOTESI
Bersani propone a Grillo di eleggere insieme il presidente della Repubblica (il candidato comune sarebbe Romano Prodi, personaggio al quale riservo un pezzullo a parte). In cambio i cinquestelle farebbero in modo da far sopravvivere il governo formato dal coriaceo segretario Pd.
Effetto collaterale dell’accordo sarebbe l’eliminazione di Silvio Berlusconi, odiato probabilmente più dal comico genovese che da Rosy Bindi. Un voto per la ineleggibilità del Cavaliere e uno o due mandati di arresto umidi di timbro sarebbero pronti sull’uscio del Senato per l’ex senatore Berlusconi Silvio. Grillo potrà mandare in rete il seguente mantra: “Era l’unico modo per liberare l’Italia dallo psiconano” e farsi perdonare così l’inciucio con Bersani&co.

Anche all’interno del Pdl un po’ di gente si rallegrerà (senza darlo a vedere) per la recuperata libertà di movimento. Ma, essendo i galli in parecchi, il Pdl subirà una diaspora con beneficiario Mario Monti in primis. In Italia, la maggioranza è sempre stata di centro (Dc docet) e chi in questo momento se non il senatore a vita potrebbe raccogliere i “centristi” d’ogni confessione?
Comunque, il neopresidente Prodi terrebbe in piedi il governo con gli stuzzicadenti (in forza dell’addestramento fatto in due esperimenti a Palazzo Chigi) e Bersani usando il bilancino di precisione potrebbe distribuire cariche e incarichi in modo da riprendere il controllo del partito. E dopo? Alle inevitabili (e anticipate) prossime elezioni? Dipenderà da quanti gol sarà riuscita a fare la squadra di governo. E perciò non azzardo previsioni.

TERZA IPOTESI
Bersani fa eleggere il presidente della Repubblica con il metodo adottato per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. I dati sono questi: 630 deputati, 315 senatori + 4 a vita (ma può darsi che stavolta Giulio Andreotti, per la prima volta dal 1948, passi la mano) e 58 elettori di nomina regionale.
In totale (e sulla carta) a votare per il nuovo inquilino del Quirinale sono 1.007 “grandi elettori”. Alla prima votazione sarebbero necessari 672 voti (maggioranza due terzi, 1.007 moltiplicato 2 = 2.014 diviso 3 = 671, 3 periodico, arrotondato a 672) per chiuderla lì. Stessi numeri per la seconda e per la terza votazione.
Dalla quarta in poi, i numeri cambiano. Sarà sufficiente la maggioranza assoluta (la metà più 1). Perciò, necessari per la fumata bianca (ma in Vaticano aleggia lo Spirito Santo, mentre in Parlamento c’è costantemente puzzo di veleni) sono 504 voti (1.007 diviso 2 = 503,5 + 1 = 504,5).
I voti che Bersani controlla (almeno sulla carta) sarebbero 500, cioè 4 voti in meno del necessario.

Dato che il voto è segreto, questi conticini vanno presi con beneficio d’inventario. Certo è che il coriaceo bettolese potrebbe mettere in carniere un presidente della Repubblica riconoscente e, soprattutto, pronto a lasciare mani libere agli aspiranti carcerieri di Berlusconi. La conquista del Colle darebbe a Bersani forza sufficiente per mettere un po’ d’ordine a casa propria. Gli consentirebbe di giurare nelle mani del nuovo presidente, di okkupare Palazzo Chigi, prendere la fiducia alla Camera, non prenderla al Senato e dare le dimissioni.
Il nuovo presidente gli chiederebbe di restare per il disbrigo degli affari correnti fino alla convocazione dei comizi elettorali.
Poi la giostra riprende.
Giuseppe Spezzaferro

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