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Sallusti in galera: meglio sfottere Maometto

Alessandro Sallusti è un giornalista schierato. Ha le sue opinioni e spara a raffica contro chi non la pensa come lui. Intendiamoci, non è il solo. Sono anni oramai che i giornalisti sono embedded per l’uno e per l’altro. L’aggettivo inglese si può tradurre sia “incorporato” che “incastrato”. Embedded è il cronista di guerra che viaggia “incorporato” in una unità combattente e che perciò è “incastrato” perché non può raccontare tutto quello che vede. Se, mettiamo, scopre che un sergente fa la cresta sulla benzina, deve far finta di niente: non lo può dire perché sarebbe “un servizio reso al nemico”. Immaginatevi se si trova nel bel mezzo di un massacro. Insomma, quel cronista paga la protezione militare a colpi di autocensura.

I giornalisti italiani (non tutti, ma quelli “importanti” quasi tutti) sono soldati al fronte: ci sono i berlusconiani (pochini) e gli antiberlusconiani (tantissimi ma divisi su molti fronti interni).
Lo so che a loro piace di più essere definiti “militanti di destra”, “militanti di sinistra” e “militanti di centro” (con mille sfumature…) ma la pura verità è che, da quando il Tycoon di Arcore è “sceso in campo” (era il 1994!) gli embedded si dividono in quelli pro e in quelli contro.
E torniamo a Sallusti. A dire la verità non so come si autodefinisca, ma ciò che conta è com’è rappresentato nell’immaginario collettivo. Per chi lo legge e per i tantissimi che lo vedono in televisione, Sallusti è di destra ed è berlusconiano.
L’immaginario collettivo, si sa, è tranchant, va giù con l’accetta: le sue categorie sono semplici: buono/cattivo, onesto/disonesto, destra/sinistra, intelligente/stupido… Inutile cercare di capire, per esempio, l’enorme successo di una stupida fiction tv. Quando si tratta della cosiddetta pubblica opinione come dell’immaginario collettivo o della folla in genere, è del tutto irragionevole usare la… ragione.

Dunque Sallusti è un militante politico berlusconiano e, come tutti i supporter del Cavaliere, non ama i magistrati. Non perde occasione per sfotterne qualcuno, per denunciarne vizi e tic, per sottolinearne le ambizioni politico-teatrali.
Non è come sfottere Maometto. Prendere di mira il Profeta, che Allàh lo benedica e l’abbia in gloria, è magnifico segno occidentale di libertà d’opinione. Attaccare un magistrato, oggi nell’Italia repubblicana, vale quanto attentare al sovrano nel Regno d’Italia. L’intera corporazione delle toghe (cosa che c’è ma che non si può dire) si schiera a sostegno del collega attaccato.

Ci dovrebbe essere una legge per la quale un magistrato che denunci un privato cittadino non dovrebbe essere giudicato da un tribunale di magistrati. Ci vorrebbe, cioè, un tribunale “laico” (come direbbe un anticlericale di lungo corso) per dirimere le controversie tra un cittadino qualunque e un magistrato.
Pensate che per dare l’alt a un pubblico ministero c’è voluta la Corte costituzionale. Ma in quel caso il cittadino non è uno qualunque, ma addirittura il più cittadino di tutti, il capo dello Stato in persona. Il pm deciso a spiattellare le conversazioni telefoniche del presidente della Repubblica si sta di sicuro mozzicando i gomiti dopo la sentenza della Consulta che ha ribadito una volta per tutte il divieto di intercettare il Garante della Costituzione, il Difensore Supremo dell’Unità d’Italia etc. etc.
Sono sicuro che a Palermo stanno lavorando per trovare un modo di strafottersene dell’ordinanza della Consulta. La toga è nera fin nell’animo e segue il caput potius quam dictum perdere. Non è disposta a cedere il passo a nessuno, si trattasse di Cristo in persona. Vedrete che qualcosa si inventeranno.

Ritorno a Sallusti. I fatti sono noti: nel 2007, il giornale “Libero” del quale Sallusti era direttore pubblicò un articolo “critico” nei confronti di un giudice tutelare di Torino, Giuseppe Cocilovo. La legge dice che il direttore responsabile di un giornale risponde penalmente e civilmente di ciascun articolo pubblicato insieme con il relativo autore. E se la firma è posticcia (uno pseudonimo, come nel caso del magistrato di Torino) il direttore è l’unico colpevole. Punto e basta.
Il tribunale, dunque, ha condannato Sallusti alla galera. Resta il filo sottile della Cassazione (tra pochi giorni, il 26, emetterà la sentenza definitiva) e tutti speriamo che quelle toghe “salvino” il giornalista.
Sarà così? I membri della Suprema Corte smentiranno i colleghi delle corti ordinarie? Giudicheranno infondata la denuncia di Cocilovo?
Mah.

Al di là della vicenda sallustiana, invito a riflettere sulle contraddizioni di questa cosiddetta società civile. Possiamo sfottere Gesù e la Madonna, Maometto e Buddha, il Papa e il presidente degli Stati Uniti, ma chi tocca un magistrato muore.
In più, quando è il magistrato che sbaglia non c’è una legge che lo punisca.
A dirla tutta in Italia sono due i poteri che decidono il presente e il futuro di noi tutti: la banca e la magistratura.
Stiamo messi proprio bene!
Giuseppe Spezzaferro

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